Linguaggio politico: da Dante a Berlusconi

Dante, nel sesto canto della Divina Commedia, tratta l’argomento politico. Il canto, nella forma particolare della storia dell’aquila imperiale, presenta una sintesi della storia di Roma dalle origini mitiche al presente della Roma papale.

In questo canto, il poeta esprime la sua concezione della storia, non come semplice successione di eventi, ma come processo ordinato, che trova il suo centro nella venuta di Gesù Cristo, in cui vita e morte si legano alle istituzioni romane. Dante mette in luce i temi fondamentali del lungo discorso di Giustiniano, il quale racconta la storia dell’impero, a partire dall’arrivo di Enea a Roma fino ai tempi del poeta e alla decadenza attuale, determinata dalle lotte di parte fra Guelfi e Ghibellini. 

Giustiniano si presenta narrando la sua vita, dichiarando di essere stato imperatore romano e di aver regnato a Costantinopoli duecento anni dopo il trasferimento della capitale voluto da Costantino, nonché di aver sfrondato le leggi dal troppo e dal vano. Confessa di aver aderito in vita all’eresia del monofisismo, dalla quale lo aveva tratto papa Agapito riportandolo alla fede; quindi si era dedicato alla riconquista militare dell’Occidente, affidando tale impresa al generale Belisario.

Vi siete mai chiesti com’era il linguaggio politico degli Imperatori di quel tempo?

Il modo con cui sceglievano di apparire in pubblico o le caratteristiche con cui si facevano rappresentare nelle opere letterarie o nelle sculture e nei monumenti, avevano la funzione di creare una sorta di «propaganda politica», un vero e proprio «linguaggio del potere», che doveva comunicare un messaggio ben preciso alla società. Il loro linguaggio era ben preciso, fondato e chiaro in modo da far comprendere a tutte le persone quali fossero i loro obiettivi.

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Oggi è ancora così? Il linguaggio polito ha subito cambiamenti, oppure è sempre lo stesso?

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Oggi in politica il modo di comunicare è scaduto a livelli infimi, non esistono più né forme, né contenuti. Si dice che il linguaggio comunica ciò che elabora il nostro cervello solo che bisogna capire cosa sia contenuto nella mente dei politici che oggi ci governano e che stanno lì in Parlamento. In realtà il loro linguaggio è non solo a volte sgrammaticato, ma è completamente vuoto. E’ sempre confuso e non facilmente intelligibile e, a volte, inganna, adula e seduce.

Per questo la maggior parte delle persone “sbaglia a votare” nel senso che dà fiducia a un partito che in realtà di politica ne sa ben poco. Questo accade perché la gente comune crede alle false promesse che gli fanno i “leader” dei partiti e decide di votarla, proprio perché il linguaggio da loro usato, pur essendo a volte incomprensibile, e non perché sia di un livello superiore, ma bensì il contrario, adula e inganna!

C’è anche chi del linguaggio politico ne fa un uso sportivo come Silvio Berlusconi poiché egli è il presidente della squadra calcistica del Milan. I linguisti che fanno capo all’Istituto Treccani hanno affermato che il linguaggio sportivo fa bene all’italiano. Si è discusso anche sul successo del linguaggio di alcune espressioni mutate nel gergo sportivo, ormai entrate nel linguaggio parlato, è il caso di “scendere in campo”, resa celebre dallo stesso Silvio Berlusconi in occasione della fondazione di Forza Italia nel 1994, nonché come frase nota come il suo ingresso in politica.

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(Laura Cirimele)

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