FABRIZIO DE ANDRE’ E LA SUA “GUERRA DI PIERO”: L’AMORE VINCE SULLA MORTE?

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Era circa il 1964 e  Fabrizio De Andrè era un giovane ragazzo di circa ventiquattro anni dotato di un’anima sensibile, ma anche ribelle ed anticonformista.  Suo zio Francesco era stato nei campi di concentramento e raccontava al nipote l’orrore della guerra.  Quei racconti rimasero ben impressi nella mente e nel cuore del cantautore,così, nel 1964, pubblicò “ La guerra di Piero”,che ha come tema principale, appunto, la guerra. Ma in quell’anno la ballata non ebbe successo. Forse la gente era troppo poco sensibile, forse troppo volutamente distratta.

Fatto sta che solo nel 1968 essa raggiunse il successo ed entrò nel repertorio militante degli studenti di sinistra e in quello dei cattolici, che erano impegnati  a ridefinire il loro ruolo nel sociale.

Oggi, nel 2014, il tema della guerra è, purtroppo, ancora fortemente attualizzabile e “ La guerra di Piero” è giustamente considerata la canzone contro la guerra per eccellenza della musica italiana.

Il cantautore genovese ne fa, infatti,una descrizione colma di significati profondi. Al centro della canzone vi è  la figura di Piero, un soldato che, vedendo lo sguardo impaurito del nemico, riconosce se stesso ed esita a sparare. Ma, in quel momento di esitazione, viene ucciso dall’avversario che spara per paura di essere ucciso. Attraverso questa canzone, Fabrizio De Andrè mette in evidenza le regole spietate della guerra: la pietà è un sentimento bandito ed è necessaria la “disumanizzazione” del nemico. L’avversario è solo un soldato e non un uomo.

Fabrizio De Andrè

“Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma son mille papaveri rossi “

 

Nella prima parte della canzone, la figura dei papaveri rossi viene accostata a quella della guerra.

La parola “campo” richiama fortemente i campi di concentramento, mentre i termini “sepolto” e “fosso” l’immagine della morte.

 

“lungo le sponde del mio torrente

voglio che scendano i lucci argentati

non più i cadaveri dei soldati

portati in braccio dalla corrente “

 

Queste parole richiamano la canzone “ Dove vola l’avvoltoio” di Italo Calvino,scritta nel 1958.

 

“così dicevi ed era inverno

e come gli altri verso l’inferno

te ne vai triste come chi deve

il vento ti sputa in faccia la neve

 

fermati Piero , fermati adesso

lascia che il vento ti passi un po’ addosso

dei morti in battaglia ti porti la voce

chi diede la vita ebbe in cambio una croce”

 

Se nella parte precedente a parlare era il protagonista della canzone, ora è proprio Fabrizio De Andrè che ne entra a far parte. “ Fermati Piero, fermati adesso!”, grida al ragazzo, facendo diventare anche il lettore parte integrante dell’atroce vicenda.

La frase “chi diede la vita ebbe in cambio una croce” richiama fortemente l’aspetto negativo della guerra, che non porta altro che morte.

 

“ma tu no lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava

ed arrivasti a varcar la frontiera

in un bel giorno di primavera

 

e mentre marciavi con l’anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore “

Qui il protagonista  vede l’avversario in fondo alla valle. Nonostante l’uomo abbia la divisa di un altro colore, Piero scorge nel suo sguardo i suoi stessi sentimenti di paura. In quest’istante il nemico  si distacca dalla figura di soldato e assume le sembianze di semplice uomo. De Andrè ci presenta una nuova figura di soldato, che non ha più le qualità di forza e coraggio, ma di timore, paura e  terrore.

“sparagli Piero , sparagli ora

e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue

 

e se gli sparo in fronte o nel cuore

soltanto il tempo avrà per morire

ma il tempo a me resterà per vedere

vedere gli occhi di un uomo che muore”

 

A parer mio, questa è una delle  parti più toccanti della canzone. Cosa si prova nel vedere gli occhi di un uomo che muore? E cosa si prova nel guardare negli occhi il nemico che ti ha ucciso?

“Ninetta mia crepare di maggio

ci vuole tanto troppo coraggio

Ninetta bella dritto all’inferno

avrei preferito andarci in inverno

 

e mentre il grano ti stava a sentire

dentro alle mani stringevi un fucile

dentro alla bocca stringevi parole

troppo gelate per sciogliersi al sole

 

dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi.”

 

Alla fine della canzone il tono si spezza e la morte dà spazio ad un altro tema: l’amore.

L’ultimo pensiero di Piero prima di morire è, infatti, rivolto unicamente alla donna amata.

Questo forte sentimento vince perfino sulla morte.

 

Qual è, allora, il senso della guerra?

(Jennifer El Khattabi)

 

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