Un accorato grido di fratellanza

 

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La guerra del ’14-’18 fu definita, per la prima volta nella Storia, guerra mondiale, ma falsamente mondiale. Riguardava in effetti soltantol’Europa, e neppure tutta l’Europa. L’aggettivo “mondiale” manifestava efficacemente la percezione dell’orrore davanti alla consapevolezza che, ormai, nulla sarebbe stato inteso come una vicenda circoscritta, ma che le catastrofi avrebbero coinvolto tutto il mondo.  La Prima guerra mondiale fu una guerra sconvolgente e fu forse il primo e spaventoso  momento in cui ci si rese conto in maniera tangibile  che il conflitto intrapreso sull’idea di “nazione” non avrebbe portato a nulla, ma soltanto il peso cospicuo dei morti. Il poeta Giuseppe Ungaretti, uno tra i principali esponenti dell’ Ermetismo italiano, forse ha sofferto più di ogni altro intellettuale di quel periodo della drammaticità della Grande guerra e delle atrocità cui ciascun soldato  dovette sopportare . La poesia “Fratelli” di Ungaretti inizia con una domanda:

“Di che reggimento siete

fratelli?”

Questa domanda, sorta da una semplice curiosità, racchiude la parola chiave della poesia.  Attraverso questa parola” fratelli” si crea un senso di solidarietà.

“Parola tremante

Nella notte

Foglia appena nata”

L’analogia tra la parola fratelli  e una tenera foglia appena nata fa venire alla mente la provvisorietà della vita umana. Subito dopo la parola fratelli acquista un altro significato.

“Nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua

fragilità”

Nell’aria che sa di sofferenza , mentre si avvertono i colpi dei cannoni,  negli uomini aumenta  la paura  istintiva che sta a significare che gli stessi hanno realizzato che si trovano di fronte ad un incerto destino. La poesia termina  con la parola  chiave “Fratelli” volendo così evidenziare la fratellanza degli uomini nel dolore.

La semplicità del messaggio poetico di Ungaretti si può raffrontare con l’essenzialità del linguaggio musicale del cantautore- letterato Fabrizio De Andrè il quale è stato capace di scrivere canzoni che possono considerarsi delle vere e proprie poesie come La guerra di Piero che si può accostare alla già citata poesia “Fratelli ” di Ungaretti. La guerra di Piero, canzone classica contro la guerra, è una delle più celebri ballate di De Andrè. Il protagonista è un soldato, si chiama Piero, ma potrebbe rappresentare qualsiasi uomo che è in guerra . La prima e l’ultima strofa sono le stesse. L’immagine di un campo deserto crea il tema della guerra.

“Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi …”

Una voce fuori campo sembra che gli consigli di fermarsi, ma lui non ascolta e passano le stagioni.

“fermati Piero, fermati adesso

lascia che il vento ti passi un po’ addosso

dei morti in battaglia ti porti la voce

chi chiede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu non la udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava

ed arrivasti a varcar la frontiera”

Poi , in una soleggiata giornata di primavera, dopo tanto cammino, iniziato durante l’inverno, supera il confine che divide due nazioni. Nell’attimo in cui Piero  sta facendo una riflessione sulla crudeltà della guerra, si trova davanti a lui un soldato che ha una sola colpa quella di indossare una divisa di un diverso colore e che sicuramente sente le sue stesse paure ed è angosciato dagli stessi dubbi.

“ in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore.”

Ora quella stessa  voce gli consiglia di sparare, ma pur essendo consapevole del fatto che soltanto se lo ucciderà potrà salvarsi, Piero sembra esitante su ciò che deve fare. Quell’indecisione istintiva di solidarietà gli costerà la vita perché il nemico, essendosi reso conto del pericolo, non  indugerà a colpirlo.

la guerra di piero 2

“Sparagli Piero, sparagli ora

e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli spari in fronte o nel cuore

soltanto il tempo avrà per morire

ma il tempo a me resterà per vedere

vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura

quello si volta, ti vede e ha paura

ed imbraccia l’artiglieria

non ti ricambia la cortesia

cadesti a terra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che il tempo non ti sarebbe bastato

a chiedere perdono per ogni peccato”

La canzone mette  certamente in evidenza la natura folle della guerra. Una denuncia senza dichiarazione ma con un pò di rassegnazione. Piero non spara e sarà un vinto. I vinti sono i veri protagonisti dei testi di De André ma lui sa ridare grande dignità al loro universo. Si può accumunare  il tema della sepoltura senza lacrime dei soldati nella strofa finale  della ballata di Andrè.

” non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi.”

Nel ritornello, che apre e chiude la ballata ,la pace  è ottenuta attraverso il senso della morte fra le spighe di un campo di grano, dove  i soli fiori che fioriranno  non possono essere le rose o i tulipani, ma i papaveri rossi ,che raffigurano l’oblio e l’immagine di un campo di  guerra, un simbolo di un cimitero di guerra. Secondo De Andrè  e come affermava anche  Ungaretti non può esserci speranza se non nell’amore che supera l’odio e quindi in un sentimento di fraternità che possa unire gli uomini di tutto il mondo.

de andrè

Come sempre, le sue parole fanno pensare: ecco la nuvola di quelle più cantate.

Cristina Calvano

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