“Gli argini della vita e della morte”

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Fabrizio de Andrè è sa considerarsi uno tra i più celebri e degni di nota poeti italiani. Le sue canzoni sono famose e sempre attuali e i temi da lui trattati sono raccolti da tutte le letterature e da personaggi ben riconoscibili del panorama europeo e non solo. Gianni Rodari, Alvaro Mutis, Francois Villon, sono solo alcuni dei nomi dai cui il cantautore attinge per poi esprimere con la musica temi molto forti (quali possono essere la morte, la prostituzione, la guerra e non solo). 

Il confronto a cui vi sottoporrò oggi è non poco indifferente!

Come si è già detto in precedenza, de Andrè è un nuovo poeta, un ermetico del ‘900 a tutti gli effetti. Caratteristica degli ermetici è una poesia criptica e al tempo stessa aperta a qualsiasi interpretazione; chiusa nel significato che gli dà l’autore, ma che accetta qualsiasi interpretazione che uno gli osa dare. 

Il paragone sta dunque nel confrontare un testo del padre dell’ermetismo, Giuseppe Ungaretti, con uno di de Andrè.

La poesia “I fiumi”, di Ungaretti, appartiene alla raccolta di poesie L’Allegria”. Il poeta si trova a Cotici durante uno dei consueti spostamenti sul fronte di guerra; qui si lascia ad una riflessione su tutti i “fiumi” della sua vita: quello che lo ha visto nascere (il Nilo), quello della terra di provenienza della sua famiglia (il Serchio, vicino Lucca), della sua formazione letteraria (la Senna) e, infine, il fiume delle sue battaglie (l’Isonzo).

Mi tengo a quest’albero mutilato

abbandonato in questa dolina

che ha il languore

di un circo

prima o dopo lo spettacolo

e guardo

il passaggio quieto

delle nuvole sulla luna

Il poeta, tormentato dalle tragedie della guerra, cerca ancora un appiglio a cui aggrapparsi, qualcosa per cui vivere, mentre la vita è già finita.

Stamani mi sono disteso 

in un’urna d’acqua

e come una reliquia ho riposato

Durante una sosta ecco che il poeta-soldato si concede qualche attimo di tregua e tenta di ritornare alle origini nell’acqua che gli fa da scudo. L’urna non è altro che il ventre della vita che lo allontana per poco dalla tragedia della morte.

La poesia poi procede con ricordi nostalgici legati ai fiumi e alle città che rappresentano, luoghi in cui il poeta ha vissuto. E infine:

Questi sono i miei fiumi

contati nell’Isonzo

 

Questa è la mia nostalgia

che in ognuno

mi traspare

ora ch’è notte

che la mia vita mi pare

una corolla

di tenebre

Per lui non trova più speranza e solo fievoli immagini passate riescono a donargli un po’ di conforto. Solo le tenebre riempiono la sua vita.

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I fiumi: danno la vita e la tolgono. L’acqua è l’elemento essenziale per la vita, ma la forza della natura soggiogata dall’uomo ha ripercussioni a volte disastrose. E’ quello che accade a Genova nel ’72 con una violenta alluvione.

Fabrizio de Andrè dedica a questo proposito la nota “Dolcenera”

Nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così

dolcenera nera

nera che picchia forte che butta giù le porte

 

Nera di malasorte che ammazza e passa oltre

nera che si fa la tana dove non c’è

luna luna

nera di falde amare che passano le bare

Quello che ci prospetta il cantautore genovese non è di certo il calmo ondeggiare di Ungaretti. Il fiume si riversa tutto sui cittadini genovesi e non lascia scampo a nessuno, neanche a chi si sentiva protetto dentro la sua casa.

La dolcenera di de Andrè è la dimostrazione di come ciò che dà la vita la toglie, facendo dei malcapitati una “tonnara di passanti”.

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(Simona Cosentino) 


 

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