Estremo bisogno di solitudine

Ognuno ha una propria esperienza di vita, un proprio trascorso, un proprio vissuto tale che i pensieri di una persona sono diversi da quelli di un’altra. 

Caspar David Friedrich - Il viandante sul mare di nebbia

Prendiamo ad esempio due personaggi della storia della letteratura italiana, esponenti dell’ermetismo, Giuseppe Ungaretti (1888 – 1970) e Fabrizio De André (1940 – 1999) ed un sentimento tipico degli uomini: la solitudine. Com’è vista da ciascuno di loro? 

 

Ungaretti ha vissuto nel periodo della Prima Guerra Mondiale e ne ha preso parte attivamente. In lui la solitudine è qualcosa di doloroso e terribile, quel sentimento che afferra e stringe il cuore in una morsa in un momento terribile della vita, sua e di tanti suoi colleghi combattenti. La solitudine strazia l’anima del poeta, aggravata dalle immagine dei compagni che perdono la vita nel più orribile dei modi dinanzi ai suoi occhi. In un momento di tregua, però, egli riesce a tornare a casa per una festività, il Natale, e durante la cena presso dei suoi amici napoletani, riesce a scrivere dei versi.

 

 

 

“Natale”

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Possiamo captare come il poeta, stanco della guerra e delle trincee, vuole essere lasciato solo, abbandonato a sé stesso, dimenticato, guardando la fiamma che arde nel caminetto. Vuole ritrovare la compagnia dell’Io; ha bisogno di solitudine. Non ha voglia di passeggiare tra le strade, tra la folla di cui sono popolate. 

In Ungaretti, dunque, la solitudine è quel sentimento di cui l’uomo ha bisogno affinché possa ritrovare la pace, la tranquillità durante un periodo di tumulto, interiore e nella società. La visione della solitudine di De André è molto positiva. Egli, infatti, crede che attraverso questo sentimento si possano cogliere una moltitudine di sfaccettature della vita, della natura, del mondo, dell’universo, che non si percepiscono quando si vive una vita frenetica. Si possono trovare soluzioni per noi e per gli altri, che in compagnia non si riesce.

De André esprime le sue idee a riguardo nell’ “Elogio della solitudine”:

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.

 

(Rosanna Lomonaco)

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