Un grido come espressione di dolore

“Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più,
non gridate se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.”

Questa è la poesia “Non gridate più” di Ungaretti. L’incipit della strofa è un’invocazione alla cessazione della violenza, che “uccide” per una seconda volta i morti e che impedisce l’ascolto di quanto di eterno si muove nel perpertuarsi del loro ricordo. Nella frase iniziale “Cessate d’uccidere i morti” si esprime, infatti, la disperazione di chi è testimone sia di una terribile sofferenza priva, come la morte di un figlio, sia di una tragedia storica, la seconda Guerra Mondiale. Al centro vi è il tema del grido come espressione di dolore al quale si contrappone il sussurro. Nel reiterato appello contro il grido presente nella lirica, possiamo cogliere un richiamo alla responsabilità umana e alla consapevolezza della crudeltà della storia. i versi esprimono il senso di una ricerca di riconciliazione al dolore.

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Il tema del grido appare anche nella canzone “Disamistade” di De Andrè, come cessazione al dolore. Disamistade descrive un conflitto tra due famiglie attraverso gli occhi angosciati degli innocenti che cercano conforto nella chiesa. Questa resta però chiusa nel suo immobilismo, lasciando ognuno solo di fronte alla prepotenza dell’onore che, in realtà, cela interessi meschini. La disperazione delle vittime porta a gridare che ci dovrà pur essere un modo di vivere senza dolore, ma questa speranza è destinata a restare insoddisfatta.

“Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa

A misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora

Due famiglie disarmate di sangue
si schierano a resa
e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà.

Si accontenta di cause leggere
la guerra del cuore,
il lamento di un cane abbattuto
da un’ombra di passo

Si soddisfa di brevi agonie
sulla strada di casa
uno scoppio di sangue
un’assenza apparecchiata per cena.

E a ogni sparo di caccia all’intorno
si domanda fortuna.

Che ci fanno queste figlie
a ricamare a cucire
queste macchie di lutto
rinunciate all’amore

Fra di loro si nasconde
una speranza smarrita
che il nemico la vuole
che la vuol restituita

E una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
ché dev’esserci un modo di vivere
senza dolore

Una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento,
un odiare a metà.

E alla parte che manca
si dedica l’autorità.

Ché la disamistade
si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna.

Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa.”

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(Laura Cirimele)

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