“Una violenta invettiva”

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Ormai quasi completamente dimenticata o cancellata dal panorama della musica e del teatro italiano è la figura di Giorgio Gaber. 

Il cantautore milanese, per chi lo ricorda meglio conosciuto come il signor G, è stato uno dei personaggi più amati e odiati del secondo novecento. Inizia la sua carriera come chitarrista, spinto dal fratello a correggere un difetto motorio alla mano. Lavora con Celentano e, a causa dei continui ritardi di questo durante le prova, impara anche a cantare. Con Enzo Jannacci, amico per tutta la vita, formerà il duo “I due corsari” e arriverà il successo con il brano “Una fetta di limone”. Dal 1961 partecipa a più edizione del festival di Sanremo e all’apice del successo televisivo, nel 1970, decide di abbandonare il palco della tv per un altro tipo di palco, quello del teatro. Fu così che nacque il teatro canzone 

Dirà Gaber del suo abbandono televisivo:

 La fine degli anni Sessanta era un periodo straordinario, carico di tensione, di voglia, al di là degli avvenimenti politici e non [politici], che conosciamo, e fare televisione era diventato dequalificante. Mi nauseava un po’ una certa formula, mi stavano strette le sue limitazioni di censura, di linguaggio, di espressività, e allora mi dissi, d’accordo, ho fatto questo lavoro e ho avuto successo, ma ora a questo successo vorrei porre delle condizioni. Mi sembrò che l’attività teatrale riacquistasse un senso alla luce del mio rifiuto di un certo narcisismo. 

E in effetti molti furono i testi censurati all’epoca, tra cui quello che ho deciso di proporvi quest’oggi: “Io se fossi Dio”.

Il brano, del 1980, rappresenta una violenta e feroce invettiva contro i politici dell’epoca, che non si discostano mica tanto dai nostri, senza “peli sulla lingua” e mezzi termini, non risparmiando neanche le vittime di terrorismo come Aldo Moro.

Il testo, particolarmente lungo, rivolge forti accuse sul modo di agire dei politici e dello stato in generale; inoltre nel testo sono moltissimi i riscontri letterari, a partire dal titolo che è un chiaro riferimento al sonetto “S’io fossi foco” di Cecco Angiolieri. 

Le prime strofe riguardano “i modi furbetti della gente” , ovvero i comportamenti ambigui e fasulli dei parlamentari, del loro modo di ingannare il popolo italiano senza alcun criterio. Rimprovera a Dio di non aver creato un uomo migliore e di aver cercato di rimediare al danno mandando sulla Terra dei messia, i quali si sono anch’essi rivelati fallimentari dato che l’uomo a completamente travisato il messaggio di amore e carità e si è dimostrato totalmente ipocrita davanti alla povertà.

Io se fossi Dio, 
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità 
mi sarei spiegato un po’ meglio! 
Infatti non è mica normale che un comune mortale 
per le cazzate tipo compassione e fame in India, 
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna!
Che viene da dire: 
Ma dopo come fa a essere così carogna?

Nelle strofe successive l’invettiva viene rivolta ai giornalisti, al modo in cui mascherano la verità e riescono a far apparire “un delinquente, un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia e che ha tentato pure di violentare sua figlia”, “un bravo padre di famiglia”. Rimprovera soprattutto ai giornalisti di non saper sfruttare il privilegio che hanno, “la libertà di pensare”, pretendendo invece la libertà di scrivere e fotografare. 

Ma è nelle strofe finali che Gaber concentra le denunce alla politica e ai politici: 

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente:
nel regno dei cieli non vorrei ministri 
e gente di partito tra le palle, 
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle!
E tutti quelli che fanno questo gioco, 
che poi è un gioco di forze, ributtante e contagioso 
come la lebbra e il tifo…
E tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo, 
che siano untuosi democristiani 
o grigi compagni del piccì. 
Sono nati proprio brutti o, per lo meno, tutti 
finiscono così. 

Non si risparmia neanche verso i “martiri” della politica. Il riferimento esplicito è ad Aldo Moro, morto soltanto due anni prima, ucciso dalle brigate rosse.

Ma io se fossi Dio, 
non mi farei fregare da questo sgomento 
e nei confronti dei politici 
sarei severo come all’inizio, 
perché a Dio i martiri 
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio. 
E se al mio Dio che ancora si accalora, 
gli fa rabbia chi spara, 
gli fa anche rabbia il fatto 
che un politicante qualunque 
se gli ha sparato un brigatista, 
diventa l’unico statista!
 
Io se fossi Dio, 
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, 
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire 
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana 
è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.

Credo che ora si capisca perché un brano del genere sia stato censurato e ritenuto persino pericoloso, tanto che nessuna casa discografica ha voluto pubblicarlo. Credo anche che in questo testo si possa anche racchiudere un po’ di quello che era il personaggio del Signor G: figura controversa certo, ma forse una delle poche che sia riuscita a dire esplicitamente tutto ciò che di più marcio è brutto c’è in Italia. Questo squallore è tale che portano Gaber al rifugiarsi lontano dal mondo e concluderà il pezzo dicendo:

E allora va a finire che se fossi Dio, 
io mi ritirerei in campagna 
come ho fatto io…

(Simona Cosentino)

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