La teoria nietzscheana del superuomo

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Il termine Übermensch suggerisce un’ idea di superamento dell’uomo, per cui l’oltreuomo o il superuomo  è il simbolo di una nuova umanità presentato da Friedrich Nietzsche (1844-1900). Gli studiosi più recenti di Nietzsche suggeriscono però di tradurlo con “oltreuomo”. Il termine “superuomo”, infatti, rimanda a un rafforzamento dell’uomo, mentre il termine “oltreuomo” si rifà, secondo il pensiero del filosofo tedesco,  a un superamento della nozione di uomo. Il termine appare in quello che si è soliti definire il terzo periodo della filosofia di Nietzsche: quello che segue la “Nascita della tragedia” e quello illuministico di “Umano troppo umano” e che viene inaugurato dalla prima parte di “Così parlò Zarathustra” del 1883.

In questa fase che passa per “ La gaia scienza”, “Aurora”, “Il crepuscolo degli idoli”,” Anticristo” e culmina nell’opera postuma “La volontà di potenza”,sono centrati alcuni concetti che rimandano l’uno all’altro, fra i quali si colloca quello di oltreuomo: il nichilismo, l’eterno ritorno e la volontà di potenza. E’ impossibile dare di questi concetti una spiegazione che non tenga conto degli altri. La volontà di potenza è una forza espansiva ed è una sorta di autoaffermazione che trova la sua espressione più elevata nel superuomo.  La morte di Dio segna per Nietzsche il momento in cui emerge la figura simbolica e controversa del superuomo. Ma cosa intende Nietzsche per Dio?                  Egli è il simbolo di ogni prospettiva che si prefiguri come la vita stessa. Solo colui che ha il coraggio di guardare in faccia il disordine e la crudeltà del mondo,  ed è capace di varcare la soglia di una consolazione metafisica è maturo per superare l’abisso che separa l’uomo dal superuomo. In questo senso esso presuppone la morte di Dio, e il senso di vuoto vertiginoso che questa certezza suscita, ma poi ha davanti a sé l’orizzonte delle mille possibilità che derivano dalla libera progettazione della propria vita: “Morti sono tutti gli dei: ora vogliono che il superuomo viva!”,esclama Zarathustra.

D’altra parte, bisogna tener conto anche dell’epistemologia che Nietzsche sviluppa in questo periodo finale: il prospettivismo, per il quale non esistono verità ma solo interpretazioni molteplici del mondo. In questa luce, è essenziale a tutte queste tesi avanzate da Nietzsche il momento della volontà, cioè della decisione. Esse, come l’eterno ritorno, non possono essere accolte nella forma di teorie metafisiche contrapposte ad altre teorie, ma come teorie vitali, come positive forme di sopravvivenza che rifiutano di irrigidirsi nella teoria metafisica. In questa ottica, l’oltreuomo si può definire come il progetto di uomo nuovo, che deve venire dopo il periodo della metafisica:  colui che non ha paura dei suoi istinti, né della lotta che deve affrontare nella vita, che ha rinunciato ad una serie di valori superiori rassicuranti ed è disposto a mettersi sempre in gioco, un uomo che non immagina il tempo in termini di passato-presente-futuro, ma che vive ogni istante in modo completo. Nella discussione intorno al concetto di superuomo ci sono molte ambiguità che hanno aperto la strada a giudizi e conclusioni estremamente pericolose e di parte. Ad esempio, non si capisce chi deve incarnare il superuomo, una umanità liberata dal dominio di classe o una élite superiore?

Il pensiero di Nietzsche, soprattutto nell’ultima fase, è stato oggetto di interpretazioni diverse, opposte, in filosofia e in politica. Il nazismo, infatti, ha tentato di appropriarsi del pensiero di Nietzsche, quello che riguarda i valori supremi, la religione, la morale e la filosofia come prodotto dei deboli, dei rifiuti della società, e che propone in base ai concetti di forza e debolezza una bonifica della società in senso gerarchico. I deboli dovranno autoeliminarsi o essere eliminati dai forti, oppure i forti dovranno porsi al comando dei deboli e farsi seguire da essi.

Il nome di Nietzsche è stato associato, per lungo tempo, alla cultura nazifascista, al punto che si è giunti a parlare del nazismo come di un “esperimento nietzscheano”.  Nel processo di nazificazione, la sorella ,Elisabeth Föster- Nietzsche, ha le sue responsabilità in quanto ha contribuito a diffondere l’immagine di Nietzsche come teorico e propugnatore di un movimento radicale e reazionario dell’umanità.  Comunque si può notare che attraverso  i testi editi e inediti di Nietzsche si trovano spunti antidemocratici e antiegualitari atti a favorire, se non proprio un’interpretazione da Terzo Reich, per lo meno una lettura “reazionaria” o “di destra”.

Tuttavia negli ultimi decenni, in certe zone della critica militante, alla figura di Nietzsche “nazista” è subentrata la figura di Nietzsche “progressista”.

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Cristina Calvano

Il coraggio di una donna

Durante il periodo del regime nazista, i raduni di massa sono gli strumenti maggiormente utilizzati per raccogliere il consenso del popolo. Chi non può partecipare di persona alle grandi adunate, può usufruire di due mezzi di diffusione quali radio e cinema. In particolare, nel cinema è possibile assistere e cogliere tutte le sfaccettature delle coreografie, delle manifestazioni e dei comizi.

Immagine  Helene Bertha Amalia Riefenstahl detta Leni (Berlino, 22 agosto 1902 – Pöcking, 8 settembre 2003) è stata una regista, attrice e fotografa tedesca. La sua notorietà è accresciuta anche grazie alla produzione di film e documentari che esaltano il regime nazista. Assunse una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca del suo tempo, unica donna in quel periodo. Diede grande espressione visiva all’estetica nazista, la cui adesione fu caratterizzata dall’amicizia con Adolf Hitler. La sua arte ha avuto scopo propagandistico, sebbene nei suoi film non sono presenti principi antisemiti e razzisti. Leni Riefenstahl, infatti, è stata in grado di mettere in scena nel 1935 una pellicola di propaganda, dal titolo Triumph des Willens (Il Trionfo della Volontà). E’ un film documentario che riporta gli aspetti del Congresso del Partito nazionalsocialista tenutosi a Norimberga nel 1934. Leni Riefenstahl è stata capace di rendere lo spettatore parte della scena, grazie a giochi prospettici.

Soddisfatto dei lavori di questa donna, Hitler la incarica di filmare le Olimpiadi di Berlino del 1936.

Immagine Così, nel 1938 esce Olympische Spiele (o più semplicemente Olympia), uno dei maggiori capolavori della filmografia mondiale. E’ da sottolineare come la regista riesce a distaccarsi, in questo film, da quelle che sono le regole del regime nazista. Infatti, Leni mette in scena la storia di un atleta americano di colore, Jesse Owens, il quale vince trionfalmente nelle sue discipline.

Questa donna, Leni Riefenstahl, ha il coraggio di superare l’idea nazista che afferma la superiorità della “razza ariana” su ogni altra razza, soprattutto sui neri. Olympia, comunque, resta un film di propaganda con il quale si vuole mostrare l’organizzazione del sistema nazista.

(Rosanna Lomonaco)

La lingua di Mussolini e la lingua di Roosevelt

Ai tempi del fascismo, Mussolini, e in seguito anche Roosevelt, usavano due stili e toni completamente diversi per comunicare con il popolo. La lingua era un mezzo di comunicazione importante: il tono con cui si comunicava determinava la reazione della folla, ad esempio, la lingua che usava Mussolini, come anche Adolf Hitler, per comunicare con il popolo, era molto complessa. Dal tono forte, i loro discorsi convincevano molto la folla e avevano grande successo. Basti pensare che Mussolini nel discorso alla camera del 3 Gennaio 1925 riscosse grandi applausi e consensi. Con questo modo di porsi, Mussolini dava la sensazione di forza e quindi convinceva facilmente il popolo.

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Roosevelt, a differenza di Mussolini e di Hitler, usava un tono completamente diverso, umile, pacato e un linguaggio più semplice. Comunicava  attraverso l’uso delle <<Fireside chats>> (le conversazioni davanti al caminetto) ovvero delle trasmissioni radiofoniche rivolte a tutta la nazione nel quale cercava di spiegare gli indirizzi e gli effetti della sua azione di governo. Queste conversazioni radiofoniche, avendo uno stile amichevole, riscuotono grande successo; sono molto seguite, sopratutto grazie alla diffusione delle radio negli anni venti.

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                                                                     (Roberta Orefice)

Il potere della lingua ai tempi di Fascismo e Nazismo

A differenza della comune credenza, la lingua può esercitare, ed esercita, un ingente potere. La storia, infatti , ci dimostra quanto ciò sia vero. Basti pensare all’influenza emanata dai capi di governo di un tempo nei confronti del popolo tramite, appunto, “i loro discorsi”. Un valido esempio potrebbe essere rappresentato dai discorsi esposti da Benito Mussolini, come anche da Adolf Hitler. Questi, infatti, esplicavano le proprie idee al popolo instaurando in esso un totale stato di convinzione.

Qual era il segreto del loro successo sul popolo?

Tutto, a mio avviso, sta nel metodo! Difatti, essi si rivolgevano al popolo con una tale sicurezza da far sembrare anche le tesi più atroci o disumane, perfette per il buon vivere del cittadino. Della lingua ne facevano un uso fuori dalla portata di molti: tramite l’immissione del loro stesso spirito nelle parole proferite dalla loro bocca, essi riuscivano a trasferire e, direttamente, a inculcare la propria ideologia agli auditori.

Nella situazione in questione, allora, la lingua non ricopre un semplice ruolo comunicativo, bensì un vero e proprio potere, capace di attribuire a chi bene la adopera una carica imperialistica molto influente. Proviamo, però, a vederla da un altro punto di vista, che nella fattispecie trattata è proprio il popolo: “Quale sviluppo avrebbero avuto le più famose cariche governative se il popolo non fosse stato vulnerabile ai loro discorsi?” o ancora “quale possibilità avrebbero avuto i costituenti la plebe di reggere il confronto con chi padroneggiava il mezzo linguistico?”.

Non dico che sarebbe di facile traguardo per un comune cittadino imporre la propria ideologia ai più alti esponenti politici, o fronteggiarli a viso aperto in uno scontro verbale. Non nego però la possibilità di una vigorosa imposizione contro le ideologie diverse dalle proprie; perché, secondo la mia opinione, il potere della lingua è di gagliardo uso di tutti.

(Laura Cirimele)